I supereroi a volte hanno gli occhi blu

Michele sedeva su quella panchina da una buona mezzora.

Gente frettolosa continuava a strisciare valigie per quel lungo tratto di marciapiede, chi per imboccare il tunnel che dava all’interno dell’aeroporto, chi per uscirne.

Michele li osservava con disinteresse e distrazione.

Due donne venivano nel senso opposto con un trolley ciascuna, parlottavano ridacchiando con uno smartphone in mano, e una guardia di vigilanza passeggiava lungo la linea d’ingresso.

Michele gettò il mozzicone a terra ed entrò lento. Passeggiava con le mani in tasca tra la folla. Gettò un’occhiata al tabellone luminoso sulla sua testa. Il volo per Milano era in orario.

«Dai soldi mangiare per bambino»

«No. Vai fuori»

«Per favore, signore…»

«Fuori, dai… Fuori»

Quella donna avrà avuto, sì e no, una trentina d’anni. Almeno questo dimostrava il viso, al contrario dell’aspetto, che la condannava ad almeno una decina in più. La guardia di vigilanza la invitava a uscire indicandole la porta automatica. Le guardava le scarpe. Erano aperte, portava calze bianche ai piedi, mentre un bambino seguiva dal basso quella scena, senza mai mollare la gamba della madre. Non si voltò indietro neppure una volta dopo che il vigilante la cacciò via. Michele riusciva ancora a vederla lungo il fondo di quel tunnel.

In un attimo quella donna guardò il bambino e, con un sorriso meccanico che dava a vedere solo tanta disperazione, gli diede poi delle istruzioni.

Il bambino in un primo momento tentennò, poi si mosse allontanandosi dalla madre e tendendo subito la mano al primo sconosciuto che gli fu davanti.

I più lo guardavano con compassione, il resto con fastidio. Solo uno di quegli sconosciuti, il più piccolo di una famiglia in coda al check-in, lo guardò senza giudicare. Teneva sotto il braccio un supereroe e lo strinse a sé quando notò che il bambino biondino dai lineamenti dell’est lo fissava.

Prima sistemò con orgoglio il mantello nero del suo amico supereroe, poi smontò e rimontò con sveltezza alcuni accessori di quel piccolo Batman, accertandosi che il bambino biondo dagli occhi blu lo stesse continuando a guardare. Lo guardava. Lo guardava immobile, a bocca serrata.

Poi venne il turno di quella famiglia. Il piccolo con il supereroe venne trascinato dalla fila che avanzava e il biondino dell’est invece era rimasto fermo lì, dietro il nastro nero dell’eliminacode.

Il bambino con il supereroe lo salutò agitando per aria il suo Batman, contagiandogli un sorriso di complicità, a cui rispose con un cenno della mano, timido, che per un attimo lo fece sembrare un bambino come tutti gli altri. Poi quella stessa mano riprese ad elemosinare pietà: la morte dei sogni.

Laura Montuoro

(il Club degli autori, dicembre 2016, anno 25, n.239-240-241-242)

Annunci

Quando l’indifferenza firma una condanna a morte

Sara. La giornalista del servizio di apertura al Telegiornale di questa sera parlava di lei, di Sara. Mettevo acqua alla lavanda sbocciata da poche ore e ascoltavo di una ragazza zuppa di alcool che scappava dalle mani di un uomo che minacciava di accendere una scintilla sul suo corpo. Continuavo a guardare quei piccoli fiori di lavanda, dando le spalle al televisore, e ascoltavo orrore aggiungersi ad orrore, nella dinamica di una vicenda terrificante già in partenza.

Poi quella parola: “indifferenza”. I passanti erano rimasti indifferenti di fronte alla richiesta d’aiuto della ragazza, ha detto così la giornalista. Da quel momento in poi ho smesso di ascoltare e mi sono limitata solo a sentire quel po’ che mancava alla fine di quel servizio. I pensieri balzavano da una parte all’altra della mia testa: Sara che corre nel pieno di un’angoscia disumana, nella consapevolezza che di lì a poco avrebbe preso fuoco; la madre di Sara, che presto avrebbe appreso le sorti raggelanti che qualcuno si era arrogato il diritto di infliggere alla sua bambina; poi ancora Sara che vive gli ultimi attimi della sua giovane vita con l’odore asfissiante dell’alcool addosso, tanto forte da farle sentire in pieno l’angoscia della morte addosso; di nuovo il dolore straziante e inguaribile di una madre. Poi ancora Sara. Pianto. Dolore. Silenzio.

Ho spento il televisore. Ho dato un’altra occhiata a quelle punte viola di lavanda sul davanzale della terrazza e ho pensato: una ragazza implora aiuto e le macchine le passano di fianco non portando differenza; sì, perché questo, ad occhio e croce, ci dice l’etimologia della parola “indifferenza”. Una ragazza cerca la salvezza nell’umanità dei passanti e per i passanti non fa differenza l’idea che Sara fosse lì, davanti ai propri occhi,  condannata a morte dall’uomo con cui condivideva la vita. Sara poteva esserci come non esserci, non c’era differenza per quei passanti.

Ho immaginato, poi, quei passanti rincasare e ho cercato di pensare cosa si possa provare a convivere con l’indifferenza. Mi sono dovuta sforzare molto, lo ammetto, dal momento che ero molto combattuta da tutte quelle immagini che continuavano a bombardarmi la testa (il dolore, il pianto, il silenzio, l’orrore etc). Poi ce l’ho fatta, finalmente: cosa si sente quando si sguazza nell’indifferenza? Ebbene, semplicemente niente. Chi non sa fare la differenza nella vita non sente assolutamente niente.

La lavanda è sbocciata da poche ore e Sara è stata bruciata viva dal proprio fidanzato sotto gli occhi di chi semplicemente non sa sentire assolutamente niente. Perché?

Riposa in pace, Sara.

Laura Montuoro

 

 

“Un attimo dopo”: un libro di Daniela Saveri

[…] concedere la conoscenza di se stessi implica la concessione di un grande potere all’altro. E questo potere lo puoi concedere facilmente, allorché una delle due parti viene a mancare, mi ha detto l’autrice che “ascoltiamo” oggi, Daniela Saveri, in risposta a una delle domande della mia intervista. Con Daniela abbiamo parlato del suo ultimo libro, Un attimo dopo (Apollo edizioni); un libro che affonda le radici della propria storia negli interstizi di quella che è la più fitta ragnatela su cui finiamo per costruire poi i nostri rapporti interpersonali: il legame di una figlia con la propria madre. Un legame, quello raccontato in Un attimo dopo, complesso, considerando l’accezione di quest’ultima parola in tutta la sua ricchezza terminologica. Una complessità sinonimo di profondità, di un sentire profondo, difficile, carico di sensi, di contenuti, quindi. Uno di quei legami magici che prescindono dalle logiche del “potere”, dalla necessità di “concedere se stessi”, perché una madre non ha bisogno di “conoscere”. Una madre “sente”, sente in maniera unica, autentica, in un modo che supera il bisogno delle parole. E una figlia, al di là di tutto, dei tempi, della voglia di abbassare le difese e di fare sfuggire il proprio essere ai suoi occhi, se si guarda dentro, lo sa più di chiunque altro. Adesso, però, tocca a lei: ascoltiamo la nostra autrice.

Oggi sono qui con l’autrice del libro Un attimo dopo (Apollo edizioni), Daniela Saveri. Daniela, ti va di iniziare la nostra chiacchierata raccontandomi un po’ di te?

Ho sempre qualche difficoltà a raccontarmi. Posso dirti che sono una madre di una donna di quarant’anni e nonna di due nipoti di sei e dieci anni. Mi sento una persona fortunata. La vita mi ha regalato questi doni preziosi e non ho bisogno di nient’altro per sentirmi appagata. La mia felicità risiede nelle persone che amo. Che siano figli, nipoti o amici non importa. Mi nutro dei loro gesti, delle manifestazioni affettive, degli sguardi, dei sorrisi e delle loro parole. Ciò che mi appaga nella vita non sono le “cose” e neppure il possederle, bensì le persone. Amo le persone. Amo osservare il prossimo, cogliere quei dettagli e particolari che, spesso, sfuggono alla maggioranza. Amo ascoltare le loro piccole e grandi storie, i racconti, i dispiaceri, gli attimi di gioia, ed entrare con empatia nel mondo di ognuno di loro.

DSCN1263
Daniela Saveri

L’impostazione discorsiva del tuo libro richiama molto l’approccio psicoanalitico. Hai compiuto degli studi in questo senso o si tratta di un tuo interesse personale maturato negli anni?

I miei studi scolastici non hanno niente a che fare con la psicoanalisi. I miei genitori, un tempo scelsero per me un Istituto Tecnico Commerciale, fiduciosi che un diploma di Ragioneria mi agevolasse nel mondo del lavoro. E così è stato, anche se le mie reali attitudini erano da tutt’altra parte, come puoi immaginare. Ma a quattordici anni obbedisci al volere dei genitori, anche perché non è facile avere le idee chiare sul proprio futuro a quell’età. È per mio interesse personale che, più tardi, ho seguito alcuni corsi di psicoanalisi, dove oltre ad acquisire nuove nozioni, ho avuto la conferma che era questa la strada che avrei dovuto seguire un tempo. Il mio interesse per la psicoanalisi non credo abbia influito sul mio ultimo libro Un attimo dopo. Piuttosto direi che l’ “ascoltare” e il “sentire” siano gli elementi fondamentali per scrivere storie intimiste.

 

Un viaggio. Possiamo definire il tuo libro un viaggio interiore alla scoperta dei legami interpersonali che legano una figlia ad una madre, venuta a mancare. Che tipo di rapporto c’è, nello specifico, tra i due personaggi?

Sì, possiamo affermare che questo libro è un viaggio interiore. Io credo che nella vita il legame più forte ed influentecopj170.asp che esista sia tra una madre e il proprio figlio. E non importa che tipo di rapporto sia. Buono o meno, non ha importanza alla fine. Quello che importa è quanto incide nella nostra vita. E se ci pensi bene, questo rapporto incide già nell’infanzia per passare poi all’adolescenza e incidere per tutta la nostra vita. Cerchiamo l’approvazione della madre anche in età adulta. Io non parlo di un rapporto idilliaco in Un attimo dopo. Anzi, è un rapporto contrastante, a volte faticoso, fatto di diversità caratteriali, di esperienze e bisogni individuali contrapposti. Di età ed epoche diverse. Personalmente, non credo ai rapporti idilliaci tra madre e figlio/a. Vedrei una dipendenza in questo tipo di rapporto.

Quando si scava nei meandri della psiche, emergono spesso le ragioni profonde di conflitti, divergenze, attriti, che caratterizzano il vissuto di ciascuno di noi. Quanto influisce il “non detto” nella scelta della figlia di intraprendere questa sorta “dialogo oltre tempo” con la madre?

Il “non detto” influisce quasi completamente nella stesura di Un attimo dopo. Se al posto del “non detto” ci fosse stato il “detto” questo libro non sarebbe nato, probabilmente. È una sorta di “ammenda”, una “ricerca del tempo perduto”, per aver costruito un rapporto privo di autenticità, dove una madre ed una figlia hanno recitato una parte, nascondendosi dietro ad una maschera che nulla o quasi aveva a che fare con le reali personalità di entrambe. Il ruolo di ognuna ha impedito la reale conoscenza. Se ci pensi, Laura, concedere la conoscenza di se stessi implica la concessione di un grande potere all’altro. E questo potere lo puoi concedere facilmente, allorché una delle due parti viene a mancare.

Vedo che non sei alla tua prima pubblicazione. In genere, quando scrivi, i tuoi libri hanno dell’autobiografico oppure è tutto frutto di sana e pura inventiva?

I libri che ho scritto sono privi di inventiva, ma quasi sempre storie realmente vissute. La vita stessa fornisce materiale in abbondanza per scrivere storie. Io, ascolto e scrivo. Un attimo dopo è un libro assolutamente autobiografico. Vero e spudorato. Sensazioni espresse senza filtri. Mia madre se avesse potuto leggere questo libro avrebbe detto: “Non sta bene scrivere queste cose. Che vergogna”. Io questo libro l’ho scritto e tornerei a scriverlo perché non ho ancora acquisito il pudore dei sentimenti.

Grazie, Daniela. È stato davvero un piacere conoscerti. In bocca al lupo per il tuo libro!

Laura Montuoro

Sara Rattaro a Montepaone lido con “Niente è come te”

Il prossimo 17 maggio, alle ore 18.00, Montepaone lido avrà l’onore di accogliere presso l’History Cafè, in via Nazionale, la scrittrice genovese di straordinario gusto e raffinatezza, Sara Rattaro.

Saverio Candelieri, presidente dell’Associazione culturale “Solidales”, e Salvatore Duva, dell’Antica libreria Duva di Stilo, interverranno in occasione del prestigioso evento moderato da Daniela Rabia, giornalista e scrittrice, che avrà il piacere di conversare con l’autrice su uno dei suoi grandi successi letterari: Niente è come te. Lo scorso 2015, il libro di Sara Rattaro, infatti, è risultato vincitore del Premio Bancarella e, insieme a tutte le altre sue pubblicazioni, fa di lei una scrittrice straordinariamente sensibile a tematiche che toccano l’animo e il cuore.

Un romanzo incentrato sul principio della inalienabilità del diritto di essere figli,

ha dichiarato la stessa Rattaro in occasione di una recente intervista rilasciata a “Il Libraio”. Niente è come te racconta il drammatico fenomeno delle sottrazioni internazionali dei minori, una tematica forte che non può che passare inevitabilmente attraverso i sentimenti. Sentimenti autentici, complessi. I sentimenti che legano i delicati rapporti interpersonali tra una figlia e un padre. Rapporti segnati dalle ferite dell’assenza, della mancanza, del vuoto. Rapporti difficili che si lasciano trasportare però da un sentire sottile, intimo, vero.

Niente è come te è un pozzo di spunti di riflessione, una deliziosa occasione per lasciarsi toccare le corde dell’anima, uno di quegli appuntamenti a cui non si può mancare.

Quando poi la presentazione di un libro come quello di Sara Rattaro diventa protagonista in una location calda e accogliente a pochi passi e respiri da un mare mozzafiato, con degli intermezzi musicali (a cura di Nicole Messinò e Michele Benvenuto), l’appuntamento diventa semplicemente irrinunciabile.

Laura Montuoro

rattaro

Per conoscere qualche informazione più dettagliata su Sara Rattaro, cliccate QUI

 

 

“Renée di Valois-Orléans”: una biografia di Antonia Chimenti

Occuparsi di una storiografia dell’esistenza umana non è mai un semplice rendiconto delle varie tappe, più o meno significative, della vita di una persona. Una biografia racconta molto più, perché ogni traccia lasciata nel mondo da un individuo è frutto di scelte, di indole, di vissuto. Ripercorrerne i passi, ci restituisce quel “qualcosa” di quel tempo, di quel luogo, di quel vivere, che va ad intrecciarsi con il nostro presente, con il nostro quotidiano.
Una biografia consegna schegge di memoria al tempo.

Un tempo, che oggi ci catapulta nel Rinascimento, grazie alla penna di Antonia Chimenti.
Renée di Valois-Orléans, Duchessa d’Este Signora di Montargis (edito da Apollo edizioni): conosciamo questa interessante biografia insieme.
– Antonia, insegnante di lingua, letteratura, civiltà e commercio francese, nonché storica, ricercatrice e scrittrice. Come nasce la tua passione per la ricerca letteraria incentrata prettamente sulle biografie?

20160508_100503
Antonia Chimenti

Nacque casualmente già dal momento in cui mi rivolsi ad un editore per proporgli la pubblicazione di un saggio incentrato sulle Rime di Veronica Gambara, poetessa del Rinascimento. Nei miei intenti, a distanza di 20 anni dalla pubblicazione di un saggio su Simon Goulart, poeta del Rinascimento francese, tratto dalla mia tesi di laurea, pubblicato dalla Casa Editrice Olschki di Firenze nel 1975, quello sull’opera poetica di Veronica Gambara voleva essere un ritorno agli studi, in maniera indipendente ed autonoma e con fonti accessibili nel luogo in cui vivo.
L’editore mi consigliò di elaborare una biografia.
Per gli altri personaggi, Isabella Morra e Renée di Valois, che appartengono allo stesso periodo storico, la scelta avvenne per analogia e contrapposizione, come ho esposto in maniera più esaustiva nell’introduzione alla biografia di Renée, e la pubblicazione è avvenuta a distanza di tempo, a causa del mia emigrazione in Canada.
Da un consiglio casuale è comunque maturata una convinzione, quella di portare alla luce testimonianze forti, che possano esemplificare per noi modelli di azione esemplari.
Renée di Valois-Orléans Duchessa d’Este, Signora di Montargis (Apollo edizioni), è il titolo di una delle tue monografie. Ci racconti cosa ti ha spinto a concentrare il tuo ultimo lavoro proprio sulla vita di Renata di Francia? Chi era costei?

Renèe di Valois- Orléans, figlia di Luigi XII e di Anna di Bretagna, cugina e cognata di Francesco I, il re del Rinascimento, nasce e vive una giovinezza serena in quella corte che per Isabella Morra era meta ambita e sognae1a29471df-CopertinaChimentiRenéeta, per potersi congiungere al padre e al fratello. Nelle poesie della dolente poetessa lucana l’invocazione accorata al re di Francia esprime l’autenticità del suo dolore di giovane donna priva della presenza paterna e l’auspicio di un meritato riconoscimento della sua arte. Per Renée, la Francia con la sua cultura, la vicinanza del cugino, il fermento di idee che vivifica una formazione eclettica costituiscono la sua realtà quotidiana.
La vita sarà comunque spietata nei suoi confronti e le due immagini che figurano in copertina esemplificano due aspetti della personalità di questa figura femminile, che non poté diventar regina per effetto della legge salica. Dolce fanciulla, devota, quieta e, successivamente, volitiva e severa donna nei due ritratti di Jean Clouet.
Il titolo stesso che ho scelto, volutamente lungo, Renée di Valois-Orléans, Duchessa d’Este Signora di Montargis è compendio di una vita, che dalla corte di Blois la portò in Italia, nel ducato di Ferrara, dopo il matrimonio con Ercole d’Este, e nuovamente in Francia, a Montargis, dopo la morte del marito.
Cattolica, ma aperta alle nuove istanze riformate, subì un processo da parte dell’Inquisizione, a Ferrara, e in Francia, al suo rientro, in piena guerra di religioni, mantenne alto lo scettro della pace.
Peace maker, operatrice di pace, in epoca difficile e dolorosa per tutti.

– Solitamente, quando si scrive un libro, si entra in un rapporto empatico con i personaggi, frutto della propria stessa creazione, reali o inventati che siano. Così si finisce per abbracciare a tutto tondo la loro personalità. A quale aspetto della figura di Renata di Francia sei più affezionata?

Alla sua libertà interiore, che si traduce in azioni generose.

– Un’ultima domanda, Antonia. Hai in programma qualche altro lavoro al momento?

Raccolte di poesie e racconti.

Bene, Antonia! Sarà per noi un piacere conoscere le tue future pubblicazioni. Grazie!

 

Laura Montuoro

 

 

 

 

Quando la liuteria si veste d’arte: intervista a Leonardo Manni

Ho sempre considerato la liuteria un’arte a dir poco straordinaria, perché nell’atto del restauro o, meglio ancora, della creazione di uno strumento a corda o a pizzica, il liutaio non applica solo della tecnica; ossia non esegue, a mio avviso, solo un semplice lavoro d’artigianato.

02

Nel suo dare forma al legno o a qualsiasi altro materiale utile al proprio mestiere, il liutaio fa qualcosa di molto più “alto”: crea le condizioni perché quel determinato strumento non emetta solo suoni, ma sia capace di intonare musica. Quindi, alla conoscenza tecnica e alla manualità, il liutaio non può far mancare quella fine competenza estetica che lo rende simile al poeta.Sì, credo di esserne certa: l’arte della liuteria è a tutti gli effetti poesia.

Oggi abbiamo il piacere di “chiacchierare” proprio con un liutaio, Leonardo Manni, di Roma. Perciò facciamoci raccontare da lui cosa voglia dire scegliere di essere liutaio al giorno d’oggi.

2

– Leonardo, sei un giovanissimo liutaio – di grande talento, aggiungo. Ci vuoi dire come è nata la tua passione per la liuteria?

Sono cresciuto con l’idea che per essere soddisfatti del proprio lavoro sia necessario esprimere se stessi. Nella mia famiglia ho avuto tanti esempi da seguire, un nonno artigiano e l’altro pittore e scultore, mio padre regista e direttore artistico, mia zia antiquaria, ho avuto modo di comprendere il valore delle cose fatte con le proprie mani. La passione per la musica e gli studi di chitarra mi hanno spinto a realizzare il mio primo strumento e a frequentare il laboratorio di Marco Bartoccioni, un amico liutaio e musicista. Marco è stato il primo a scommettere su di me e grazie a lui ho cominciato a considerare seriamente che la liuteria potesse essere la mia strada. Dopo pochi mesi sono stato ammesso al corso di formazione professionale “la via dei leutari”, grazie al quale sono diventato allievo di Davide Serracini, uno tra i più importanti nomi della liuteria italiana. Lui mi ha dato le basi per essere un vero professionista, partendo dall’affilatura degli strumenti di lavoro ai primi colpi di scalpello, dalle prime fasi di costruzione alle tecniche di verniciatura tradizionali, dalla storia della chitarra alle leggi della fisica acustica. In altre parole, il metodo di lavoro. Ho lavorato anche con Tatiana Scalercio, Marco Salerno e per un periodo con “Alter Ego instruments” (contrabbassi e violoncelli elettro-acustici). Finito il corso mi sono interessato agli strumenti antichi, in particolare al Liuto rinascimentale grazie al Maestro Pietro Melìa a Sermoneta. Al momento mi sono riavvicinato agli strumenti moderni, con una chitarra jazz archtop, con piano e fondo scolpiti a mano dal massello, che ha sempre esercitato un fortissimo fascino su di me.

3a

– Tutti noi siamo abituati a vedere una chitarra, per esempio, già bell’e pronta per essere suonata. Ma siamo curiosi di sapere “cosa c’è dietro”. Ci racconti come nasce una chitarra?

C’è una fase, lo spessoramento del piano armonico, che penso sia emblematica per descrivere molti aspetti della costruzione di uno strumento, è un passaggio che richiede grandissima attenzione e precisione, il margine d’errore è piccolissimo, si lavora sul decimo di millimetro. Il piano è il cuore e l’anima della chitarra, è il diaframma che vibra e produce il suono, deve essere abbastanza forte da resistere alla continua ed intensa tensione delle corde ma al tempo stesso deve anche essere leggero ed elastico per riuscire a “cantare”. Si tratta di un equilibrio complesso, a pensarci bene molto simile a ciò che si prova mentre si lavora, da un lato le tensioni del mestiere, le difficoltà e la propria resistenza a farne fronte, dall’altra la capacità di rimanere leggeri ed avere la spensieratezza che serve per fare esperimenti, imparare ed andare avanti per la propria strada.

3b

– Cosa provi quando metti mano al legno grezzo e ai vari materiali da cui sai che verrà fuori la “tua creatura”?

Penso a quanto ha ragione M. Corona quando scrivendo dei boschi in cui è cresciuto dice: “ogni albero ha una voce, un carattere, un uso”. Il legno è un materiale vivo, ogni tavola si muove, respira, matura a modo suo, ha una storia, un odore distintivo ed una propria voce, alcuni legni si lasciano lavorare docili mentre altri sono nervosi, anche se spesso la bellezza dei “soggetti difficili” ti ripaga di tutti gli sforzi. Saper leggere ed esaltare queste qualità ci aiuta a costruire mattoncino dopo mattoncino la personalità dello strumento finito, personalità in cui un musicista affine potrebbe rispecchiarsi, influenzando a volte profondamente il suo modo di suonare.

4

– C’è qualcuno a cui ti ispiri quando lavori, un maestro a cui sei particolarmente legato, magari, di cui raccogli e fai fruttare gli insegnamenti?

Sì, ho due punti di riferimento principali, due maestri che mi influenzano in egual misura ma in modi diametralmente opposti, da un lato c’è il perfezionismo di Serracini che mi porta ad essere molto critico verso i miei risultati ed evolvere continuamente. Serracini insegna a sfidare se stessi testando continuamente le proprie abilità, spingersi strumento dopo strumento un pochino più in là, perché la liuteria è precisione, studio e ricerca. Il secondo è Pietro Melia, chiudete gli occhi ed immaginate la figura romantica del liutaio com’è ritratta nell’immaginario collettivo, con lui ho imparato a costruire liuti rinascimentali, il suo laboratorio è una sinagoga del 1200 nel centro di Sermoneta, uno dei più bei borghi medievali d’Italia. Hacostruito praticamente ogni cosa, dagli strumenti ad arco alla chitarra battente, ma i suoi liuti e tiorbe hanno qualcosa di ipnotico. Incarna l’artigiano di una volta, categoria pericolosamente a rischio, quel tipo di persona che quando salta la corrente per continuare a piegare un paio di fasce prende il pentolino del latte, ci mette dentro una candela e ti dice: “che fai, smetti di lavorare?”.

4a

– Un’ultima domanda, Leonardo. Cosa significa fare il liutaio oggi, in una società che sembra vivere di solo web?

Penso che la rete sia una risorsa fondamentale per l’artigiano moderno, non solo per la sua capacità di estendere il bacino d’utenza fuori i confini della propria città, ma soprattutto perché riesce a soddisfare un’esigenza comunicativa. Oggigiorno l’offerta del mercato è talmente vasta, che pubblicizzarsi in base al risultato finito del proprio lavoro è importante ma non sufficiente. Le persone stanno finalmente tornando ad apprezzare il COME viene realizzato un prodotto e da CHI. Vogliono conoscere il suo bagaglio d’esperienza, le tecniche che utilizza e la sua mentalità. Il web riesce a veicolare tutte queste informazioni e, pian piano, se abbiamo qualcosa di importante da dire, troveremo qualcuno che sarà contento di ascoltarci.

6

Grazie, Leonardo.

È stato un piacere conversare con te. In bocca al lupo per la tua preziosa ed affascinante attività!

Per vedere i lavori di LEONARDO MANNI e seguire gli aggiornamenti sulla costruzione degli strumenti, visitate la pagina: https://www.facebook.com/LeonardoManniLiutaio/

5

(Foto di Letizia Marras)

 

Laura Montuoro

 

A Montepaone lido con il “Cantastorie”: il servizio su Telejonio

Felici di avere pensato e organizzato, con l’Associazione L’A.R.C.A. – di cui siamo orgogliosi di far parte – un pomeriggio dedicato ai libri, alla lettura ad alta voce del nostro libro “Il Cantastorie e il regno di Beisogni” e all’animazione per i bambini, giovani e promettenti lettori, in concomitanza con la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore promossa dall’Unesco, vi lasciamo una buona giornata con l’estratto del servizio di Telejonio che racconta della rassegna “Il potere delle parole” che ha animato Piazza S. Francesco a Montepaone lido lo scorso 23 aprile.

Ringraziamo e salutiamo il Sindaco Mario Migliarese, gli Assessori, l’Associazione di volontariato “Ramo di Speranza”, la Ludoteca”Bambini al centro”, le librerie “Non ci resta che leggere” e “Incontro” di Soverato, tutte le altre Associazioni presenti e chi ha partecipato, grandi e piccini.

Laura Montuoro e Francesco Papasodaro

IL VIDEO DEL SERVIZIO SU TELEJONIO